Relazioni UE-Cina – Verso un partenariato equo e reciproco

10.03.2021

Relazioni UE-Cina – Verso un partenariato equo e reciproco

"Per avere dei principi, occorre prima avere coraggio" – Proverbio cinese

Gli antichi imperatori cinesi sostenevano che il mandato di governare fosse stato loro conferito da un'entità sovrannaturale. Essi ritenevano che il Divino avesse consacrato la Cina come "Terra di mezzo", centro del mondo, l'impero più potente, armonioso, ricco e saggio mai esistito. Le narrazioni contemporanee, rese popolari dal Partito comunista cinese, s'ispirano con forza al passato. Esse raccontano di come, per cinquemila anni, la Cina sia stata al centro del mondo, fino al sopraggiungere dell'innaturale perturbazione dell'Ordine sacro causata dalle potenze occidentali. Oggi, i leader cinesi promettono di ripristinare lo status che la Cina meriterebbe e, quindi, lo stato "naturale" del mondo.

Come tutte le narrazioni storiche, anche quella cinese è un insieme di fatti provati e affermazioni ideologiche. L'idea che la Cina abbia "più storia" rispetto ad altri paesi non è corroborata dalla ricerca archeologica. La storia cinese è stata peraltro contrassegnata da periodi di potere, declino, regni in guerra, dominazione straniera e cambiamenti radicali propiziati da idee e influenze straniere. Il fatto che un partito che per ideologia si ispira a Marx, Lenin, Mao, Deng e ora Xi sostenga di avere un mandato che deriva dal Divino è più che opinabile.

Nell'ordine multilaterale del XXI secolo basato sulle regole, non possono essere i racconti storici trasformati in ideologica nazionalcomunista a definire le relazioni. Questa, infatti, può essere un'arma a doppio taglio, poiché ogni Paese potrebbe dissotterrare "comprovate" lamentele storiche nei confronti dei propri vicini. Se vogliamo salvaguardare la pace e la cooperazione rispettosa tra i nostri vicini in Europa e Asia, non possiamo permettere che mappe vecchie disegnate secoli fa abbiano la precedenza sul diritto internazionale per definire confini e affiliazioni territoriali.

La Cina, con la sua storia ricca di eventi, la sua florida cultura, la filosofia e un artigianato innovativo, è stata per molti secoli oggetto di attrazione, ispirazione e bramosie più o meno sincere da parte degli europei.

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A marzo 2019, la Commissione europea ha definito la Repubblica popolare cinese un partner di cooperazione, un partner negoziale con interessi contrastanti, un concorrente economico e un rivale sistemico.

Le conseguenze politiche della pandemia di COVID-19 e l'imposizione della cosiddetta legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong, un più aggressivo perseguimento degli obiettivi a lungo termine nei confronti dello Xinjiang, del Tibet e di Taiwan, il disprezzo dimostrato per il sistema multilaterale e gli accordi internazionali, la diffusione dell'influenza negativa della Cina, nonché il mancato rispetto degli obblighi relativi ai diritti umani fondamentali ci portano a ritenere obsoleto questo approccio basato su quattro pilastri. In quanto partner dell'UE, la Cina dovrebbe rispettare gli obblighi internazionali che ha sottoscritto, cosa che non ha ancora fatto. La rivalità sistemica può essere considerata sempre di più il paradigma dominante nelle nostre relazioni, anche se non dovremmo dimenticare la necessità di portare avanti il nostro dialogo con la Cina.

Dobbiamo riconoscere le posizioni sempre più assertive dell'attuale leadership cinese, che ha abbandonato l'approccio collettivo per abbracciare un rinnovato culto della personalità. Lo scontro globale tra democrazia e autoritarismo è uno degli importanti fattori che determinano la nostra relazione con la Cina e questo ha portato a un assottigliamento dello spazio per la cooperazione e gli scambi economici.

Nel 2020, la Cina è stato il primo partner commerciale dell'UE: ciò fuga ogni dubbio circa il fatto che le relazioni economiche e commerciali debbano essere al centro della cooperazione UE-Cina, ma non devono esserne l'unico motore. Tuttavia, i vantaggi non sono equilibrati. Entrambe le parti sono in disaccordo in merito alla questione fondamentale dei valori e delle norme su cui è stato fondato l'attuale ordine internazionale post-bellico: mentre a guidare l'Europa è il suo rispetto per la democrazia, lo Stato di diritto e i diritti umani, la Cina si presenta come uno Stato autoritario monopartitico. Nonostante ciò, dobbiamo cercare di trarre il massimo vantaggio dalla nostra interdipendenza economica e porre rimedio agli squilibri esistenti.

Le aziende europee sono allarmate dal deterioramento del clima imprenditoriale e dalla concorrenza sempre più sleale esercitata dalle imprese cinesi, sia in Cina che altrove nel mondo. A questo si aggiunge un approccio più ostile dei diplomatici cinesi nei confronti dei singoli Stati membri e dell'Unione nel suo insieme. Le università, i ricercatori, i giornalisti e gli attori della società civile europei subiscono pressioni, censure e minacce non solo quando lavorano in Cina, ma anche nelle attività che svolgono in Europa. Ciò si verifica quando le autorità cinesi concludono che le loro dottrine e politiche ufficiali sono messe in discussione, il che ha ripercussioni dirette sulla proliferazione dei valori europei e sulla parità ed equità di condizioni per imprese e cittadini.

I cittadini europei ritengono che l'assertività e la crescente presenza cinese negli Stati membri metta a repentaglio il loro stile di vita europeo. L'Europa teme che l'assenza di una regolamentazione trasparente, equa e paritaria danneggi la concorrenza e faccia più male che bene alla vita dei suoi cittadini.

La cooperazione quale soluzione ai problemi globali

Tenendo presenti queste sfide, vogliamo collaborare con la Cina in ambiti di interesse comune. Con una popolazione di 1,4 miliardi di persone che rappresenta un mercato vasto, una delle tre maggiori economie mondiali, uno dei Paesi più ricchi del mondo, il più grande esportatore mondiale – nonché una delle potenze nucleari e membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – la Cina è indispensabile per affrontare le sfide globali.

Il Paese è oggi un partner strategico per l'Unione europea nella lotta ai cambiamenti climatici e nella transizione globale verso fonti di energia rinnovabili. La Cina è firmataria dell'accordo di Parigi sin dal 2016, sebbene attualmente sia il maggior produttore mondiale di gas a effetto serra e di anidride carbonica (quasi il 30 % delle emissioni globali). Chiediamo quindi al governo cinese di onorare gli impegni assunti e ci attendiamo che riduca le emissioni entro il 2030 e che consegua la neutralità in termini di carbonio entro il 2060. Da parte nostra, offriamo una cooperazione industriale per mettere a punto soluzioni ad alto contenuto tecnologico, specialmente nel campo dell'idrogeno verde.
L'UE, inoltre, è favorevole alla cooperazione con Pechino per garantire stabilità e crescita sostenibile nei Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, le differenze sistemiche e l'approccio strettamente utilitaristico spesso adottato dalle autorità cinesi hanno finora ostacolato azioni di questo tipo. Ecco perché ci opponiamo con forza all'approccio insostenibile adottato dalla Cina nella cooperazione con l'Unione africana e i Paesi africani in settori quali l'accesso alle materie prime, lo sfruttamento di nuovi mercati, i diritti umani e le problematiche ambientali e climatiche.

Entrambe le parti hanno identificato nella lotta al terrorismo internazionale un altro potenziale ambito di cooperazione. Tuttavia, la definizione di terrorismo adottata dalle autorità di contrasto e dalla giurisdizione cinesi risulta vaga. Inoltre, le accuse di terrorismo vengono spesse utilizzate in modo arbitrario e retroattivo per colpire chi protesta pacificamente e difende i diritti delle minoranze, fatto sempre più evidente nello Xinjiang, in Tibet e ad Hong Kong. Pertanto, fino a quando esisteranno tali pratiche, la cooperazione nella lotta al terrorismo non potrà che restare limitata.

Nonostante le nostre differenze, dovremmo continuare a impegnarci in un dialogo strutturato con la Cina per far fronte alle sfide globali quali i cambiamenti climatici, l'immigrazione illegale, il ripristino di un sistema di scambi e di arbitrato basato sulle regole nel quadro dell'OMC nonché l'introduzione di meccanismi efficaci per regolamentare i mercati finanziari. Molto dipenderà però dalla disponibilità della Cina a rispettare le norme e le regole internazionali.

Difendere l'ordine internazionale basato sulle regole

Il commercio internazionale e l'accesso ai nuovi mercati hanno migliorato moltissimo il tenore di vita delle persone in tutto il mondo e contribuito alla creazione di posti di lavoro, a una crescente prosperità e alla riduzione della povertà globale. Rinnoviamo quindi il nostro impegno a costruire un sistema di scambi globali aperto ed equo, ispirato a un ordine multilaterale e basato sulle regole e fondato saldamente sui valori democratici. Per conseguire quest'obiettivo, l'Unione dovrà collaborare costruttivamente con i suoi partner.

Il sostegno a un mondo multipolare e a un ordine internazionale basato sulle regole è ancora una pietra miliare dichiarata della politica estera cinese. Il presidente Xi Jinping ha più volte ribadito l'importanza dell'ordine multilaterale globale, anche durante un suo significativo intervento a Davos, nel 2017:

"È vero, la globalizzazione economica ha creato nuovi problemi. Ma questa non può essere una giustificazione per cancellarla completamente. Piuttosto, dovremmo adattarci alla globalizzazione e guidarla, attenuare il suo impatto negativo e assicurarne i benefici a tutti i Paesi e a tutte le nazioni."

 Non va poi sottovalutato il fatto che il sostegno dichiarato dalla Cina all'ordine multipolare e l'impegno di questo Paese a favore di un ordine basato sulle regole non reggono a una verifica accurata. Nelle organizzazioni internazionali, Pechino tende ad applicare le regole comuni solo quando conviene ai suoi interessi, salvo poi dichiararle inadatte alle sue esigenze specifiche o ignorarle, ricorrendo a interpretazioni arbitrarie delle stesse. Gli sviluppi che interessano l'OMC, l'OMS e il Tribunale internazionale del diritto del mare dimostrano quanto la legittimità di queste organizzazioni internazionali sia minacciata, e questo si traduce in una ridotta capacità di comporre i conflitti bilaterali in un contesto multilaterale.

Allo stesso tempo, la politica estera cinese è diventata più assertiva e la sua diplomazia più aggressiva, specialmente sotto la leadership di Xi Jinping. Sulla scena mondiale la Cina intende assumere un ruolo di maggior rilievo, che rifletta la sua rapida ascesa. I diplomatici cinesi hanno sostituito la massima di Deng Xiaoping "nascondi la tua forza, aspetta il tuo momento" con una "diplomazia del guerriero lupo".

La cosiddetta legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong costituisce una violazione dell'impegno assunto dalla Cina nella dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984, che sancisce il principio "un paese, due sistemi" per Hong Kong. La nuova legge non solo mina gli accordi internazionali in vigore, ma anche l'autonomia e le libertà di Hong Kong, da tempo consolidate. Dalla sua entrata in vigore, il rispetto dei diritti umani nella città è andato rapidamente deteriorandosi. La nuova legge è uno strumento per mettere a tacere i dissidenti, effettuare arresti di massa degli attivisti per la democrazia, sopprimere la libertà di espressione e riunione e prendere di mira giornalisti e rappresentanti del mondo accademico.

Taiwan, la 7a economia asiatica per dimensioni, con una democrazia stabile e pluralistica, agli occhi di Pechino appare come una "provincia traditrice". Il presidente Xi Jinping ha fissato al 2049, centenario della fondazione della Repubblica popolare cinese, il termine per "riunificare" la Repubblica popolare cinese e la Repubblica di Cina con qualunque mezzo necessario, il che è destabilizzante e pericoloso allo stesso tempo. Il Gruppo PPE si dichiara profondamente preoccupato per l'intensificazione delle manovre militari cinesi contro Taiwan, che mettono gravemente a rischio la pace e la stabilità nella regione, e ribadisce la sua posizione secondo cui entrambe le parti devono astenersi dall'intraprendere azioni unilaterali e dal ricorrere all'uso della forza. Noi riteniamo che l'unificazione tra Taiwan e la Cina – se mai avverrà – debba scaturire unicamente dalla volontà democratica del popolo taiwanese e della Repubblica popolare cinese.

Il Gruppo PPE è impegnato a difendere l'ordine multilaterale basato sulle regole e la supremazia dello Stato di diritto nelle relazioni internazionali. Anche le organizzazioni internazionali che sono il pilastro di quest'ordine, peraltro, devono adeguarsi a un mondo che cambia. Questo traguardo può essere raggiunto solo attraverso negoziati multilaterali in cui sia garantita la partecipazione e la rappresentazione paritarie di tutti i portatori di interessi.

Rivalità sistemica – Difendere gli interessi europei

Nei 46 anni trascorsi dall'instaurazione delle relazioni diplomatiche tra l'Unione europea e la Repubblica popolare cinese, nel 1975, le due parti hanno sviluppato uno stretto legame politico, economico e culturale inserito in una rete di dialogo ad alto livello. Sin dai primi giorni della "riforma e apertura" al mondo della Cina, le imprese, gli ingegneri e le università dell'UE hanno concorso allo sviluppo del paese attraverso gli investimenti, la tecnologia e la ricerca, cui si sono aggiunti considerevoli aiuti allo sviluppo dell'UE. Questo impegno è stato propiziato dall'idea che la Cina, alla fine, avrebbe liberalizzato il proprio sistema economico e forse anche la sua politica. Ci attendevamo una trasformazione in un'economia di mercato e una graduale apertura per scambi economici, scientifici e culturali senza impedimenti.

Oggi, dobbiamo riconoscere che le nostre speranze rimangono disattese.

La Cina ha certamente il diritto di scegliere quale debba essere il suo percorso di sviluppo; cionondimeno, se questo Paese non rispetta gli impegni assunti per servire i propri interessi a discapito dei nostri, allora dobbiamo proteggere il benessere dei nostri cittadini e chiedere a Pechino di onorare le promesse fatte.

La diffusione dei valori fondamentali dell'UE, il rispetto della dignità umana e dei diritti umani, la libertà, la democrazia, l'uguaglianza e lo Stato di diritto dovrebbero essere considerati nel più generale contesto asiatico, con particolare riferimento all'Asia sudorientale. La posizione dell'Unione può essere rafforzata grazie a un'ulteriore promozione dei legami strategici e della cooperazione attraverso gli accordi in materia di investimenti e scambi commerciali conclusi con i paesi vicini alla Cina, specialmente con l'India e la regione dell'ASEAN. Quest'ultima è il terzo partner commerciale dell'UE, in buona misura grazie a partenariati già consolidati con Giappone, Singapore, Vietnam e Corea del Sud. Approfondendo i legami, possiamo fornire gli incentivi per un'ulteriore integrazione economica: ciò spronerà i paesi dell'ASEAN a rafforzare le loro istituzioni democratiche e a rispettare i principi dichiarati. Ricordiamo che la Cina e altri 14 Paesi della regione Asia/Pacifico hanno sottoscritto il più grande accordo commerciale al mondo, che accrescerà l'influenza politica ed economica che la Cina esercita nella regione. Monitoreremo da vicino l'impatto di questo accordo, specialmente per quanto attiene agli elementi normativi di standardizzazione. Esprimiamo cautela quanto alla compatibilità di programmi quali China Standards 2035 con l'impegno dell'Europa fondato sui valori, essendo peraltro a conoscenza delle azioni messe in campo dalla Cina per promuovere sistemi alternativi di governance economica e commerciale.

COVID-19 – Un caso di studio sulle relazioni UE-Cina

La pandemia di COVID-19 funge da caso di studio per molte delle sfide finora descritte che caratterizzano le relazioni UE-Cina.

In una prima fase della pandemia, la Cina ha cercato di insabbiare la portata del problema, nascondendo informazioni importanti, mettendo a tacere informatori e giornalisti in Cina e bloccando le decisioni in seno al Comitato di emergenza dell'OMS. Scegliendo di mantenere il segreto invece di affrontare apertamente una crisi sempre più grave, il paese ha consentito al virus di diffondersi in tutto il mondo e di diventare un problema globale. Quando la COVID-19 è diventata una priorità per gli alti dirigenti cinesi, tutti i canali – tra cui le agenzie di comunicazione cinesi all'estero, gli interlocutori diplomatici cinesi e le aziende cinesi – hanno presentato la Cina come modello di riferimento nella lotta alla pandemia. Il Paese è stato dipinto come benefattore globale che inviava aiuti e attrezzature mediche in tutto il mondo. I media di Stato cinesi hanno riferito solo in parte gli aiuti che il Paese ha ricevuto dall'estero, comprese le circa 60 tonnellate di apparecchiature mediche fornite dagli Stati membri dell'Unione. Le vendite commerciali cinesi, invece, sono state presentate come "aiuti cinesi per amici bisognosi".

La diplomazia dell'UE è stata per ben due volte il bersaglio delle interferenze cinesi, per poi soccombere in entrambi i casi alla pressione. Prima, i diplomatici europei hanno annacquato una relazione della Task Force StratCom del SEAE sulle campagne di disinformazione cinesi durante la crisi sanitaria, in seguito all'intervento di diplomatici cinesi. Poco dopo, le agenzie di comunicazione cinesi hanno chiesto che fossero apportate modifiche a un articolo congiunto dell'ambasciatore dell'UE in Cina e di altri 27 ambasciatori bilaterali degli Stati membri dell'UE riguardante l'origine cinese del virus. Così i diplomatici europei si sono autocensurati.

Per distogliere l'attenzione nazionale dalle critiche riguardanti la gestione della crisi, i funzionari cinesi hanno fatto sapere che il virus era stato portato nel paese da stranieri, senza però menzionare che queste persone, nella maggior parte dei casi, altri non erano che cittadini cinesi che rientravano in patria dall'estero. L'ambasciatore cinese a Londra, in una conversazione con la BBC, non ha voluto ammettere che il virus aveva avuto origine in Cina, sostenendo invece che la Cina era stata semplicemente la prima a scoprirlo. C'è di più: un portavoce del ministero degli Esteri cinese ha utilizzato il proprio profilo sui social media per diffondere la notizia che il virus fosse in realtà un'arma biologica americana. I Paesi che hanno chiesto un'indagine approfondita e indipendente sulle origini del virus sono stati minacciati di ritorsioni economiche e politiche.

Ci troviamo di fronte ad aspetti della concorrenza sistemica con la Cina in diversi ambiti

Per quanto riguarda le relazioni economiche, l'UE e la Cina sono interdipendenti e quindi mercati importanti l'una per l'altra. Eppure, le imprese dell'Unione sono costantemente prese di mira con pratiche discriminatorie, distorsioni del mercato e restrizioni varie in molti settori economici. Le molteplici forme di sussidi disponibili ai concorrenti cinesi, specialmente alle imprese statali, nel mercato cinese falsano ulteriormente la concorrenza. Strumenti analoghi sono poi utilizzati per spingere le imprese cinesi sui mercati dell'Unione, affinché competano con le nostre imprese o le acquisiscano per beneficiare delle loro competenze, diventando così concorrenti ancora più forti per le restanti imprese nell'UE.

Un altro rischio di cui le autorità dell'Unione devono essere consapevoli è la legislazione cinese, che impone alle aziende cinesi di collaborare con i servizi segreti cinesi. È dunque necessario restare vigili in caso di utilizzo improprio dei dati da parte dei fornitori cinesi. Gli interventi degli ambasciatori cinesi in Europa, che minacciano i governi degli Stati membri di adottare misure ritorsive contro le loro imprese operanti in Cina qualora Huawei non entrasse a far parte della loro rete nazionale 5G, sono indicativi di questo tipo di atteggiamento. Ricordiamo inoltre le minacce della Cina nei confronti dei paesi critici della situazione dei diritti umani nel Paese o dei Paesi che chiedono un'inchiesta internazionale sulla COVID-19, come nel caso delle restrizioni commerciali imposte su diverse merci australiane.

L'Unione europea, d'altro canto, è lo spazio economico più aperto al mondo. Gli investimenti esteri sono ben accetti e contribuiscono alla crescita economica. Il nostro sistema, con le sue solide regole sulla concorrenza, gli investimenti e gli appalti pubblici, risulta ben concepito e adeguato per gli attori economici delle economie di mercato liberali. Questo stesso sistema non è però dotato dei mezzi per far fronte alle sfide poste da un'economia guidata dallo Stato che fornisce alle proprie imprese aiuti di Stato a un livello non disponibile alle aziende dell'UE, con l'intenzione di espandersi sui nostri mercati e le risorse per farlo. Di conseguenza, è necessario garantire condizioni di parità attraverso un impegno attivo e significativo con la Cina. A tal fine, il Gruppo PPE accoglie con favore il recente accordo di principio sull'accordo globale UE-Cina in materia di investimenti. Tuttavia, un accordo sugli investimenti non può di per sé risolvere tutti i problemi che inficiano le nostre relazioni economiche e politiche: è infatti necessario garantire disposizioni solide in tutti i settori, come pure meccanismi di attuazione per far fronte agli attuali squilibri e garantire che la Cina e i fornitori cinesi le rispettino. Continua a essere di importanza fondamentale anche lavorare parallelamente a misure di accompagnamento, sia autonomamente che a livello multilaterale, e garantire l'attuazione di normative chiave. Migliorare il nostro corredo di strumenti di difesa del commercio deve essere una priorità. Il recente "Libro bianco relativo all'introduzione di pari condizioni di concorrenza in materia di sovvenzioni estere" della Commissione rappresenta un passo avanti nella giusta direzione; tuttavia, al contempo, va sottolineata l'esigenza di far rispettare i principi di apertura e concorrenza libera ed equa sul mercato interno dell'UE. Alla luce di tale Libro bianco, invitiamo la Commissione a proporre uno strumento per garantire la parità di condizioni. Questo strumento dovrebbe consentire alle imprese dell'Unione di avere successo nell'ambiente competitivo del mercato unico in cui sono presenti le imprese cinesi beneficiarie di sussidi statali. Inoltre, è necessario sfruttare gli strumenti unilaterali dell'UE – ad esempio il previsto sistema dell'UE sugli obblighi relativi al dovere di diligenza per le catene di approvvigionamento o il nuovo regime globale di sanzioni dell'Unione – al fine di colmare le lacune inevitabilmente generate da un semplice accordo sugli investimenti.

Raccomandazioni politiche del Gruppo PPE

La Cina ha appoggiato l'integrazione europea agevolando l'accesso delle imprese cinesi al mercato interno. Questo Paese ha anche sostenuto una voce europea forte a promozione di un mondo multipolare. Cionondimeno, la Cina utilizza strategie bilaterali e multilaterali alternative per aggirare il generale approccio basato sulle regole seguito dalle istituzioni dell'UE. Formati alternativi quali il regime di investimenti 17+1 e la volontà degli Stati membri più grandi di assicurarsi, egoisticamente, accordi individuali sul commercio e gli investimenti per le loro imprese giocano solo a vantaggio della Cina, nella sua applicazione pratica del principio "divide et impera" (che crea una spaccatura nel blocco). Ciò indebolisce la posizione dell'UE e dei suoi Stati membri.
Un approccio efficace nei confronti della Cina richiede una politica estera coerente e basata sui valori, perseguita con lealtà dall'UE e dai suoi Stati membri.

Senza un approccio unificato dell'UE che sfrutti la posizione negoziale di tutti i 27 Stati membri, non potremo negoziare su un piano di parità con la Cina. Il Gruppo PPE invita gli Stati membri e le istituzioni dell'UE a parlare con un'unica voce, adottando un approccio coerente e globale a tutti i livelli, e ribadisce la necessità di riforme di mercato e di condizioni di parità per tutte le imprese dell'UE. All'interno delle istituzioni dell'Unione occorrerebbe istituire una task force trasversale sul modello della riuscita task force sulla Brexit, che si è rivelata essenziale nel tenere uniti gli Stati membri nella loro posizione. L'UE deve rafforzare le proprie catene di approvvigionamento per accrescerne la resilienza attraverso vari mezzi, ivi compresi un incremento della produzione propria e la delocalizzazione in Paesi vicini (near-shoring) nel perseguimento della "autonomia strategica aperta".

  • Reciprocità rigorosa quale soluzione di ripiego: il Gruppo PPE è a favore di una cooperazione con la Cina basata sul quadro normativo aperto dell'UE e in piena conformità alle norme dell'OMC. Contemporaneamente, l'Unione deve poter difendere saldamente i suoi interessi chiave, sulla base della compatibilità dell'OMC, della reciprocità e dell'effettivo dispiegamento di misure di riequilibrio. Tuttavia, se un tale approccio aperto nelle relazioni economiche UE-Cina non dovesse essere possibile e si identificassero effetti distorsivi degli scambi o minacce alla sicurezza e agli interessi strategici dell'UE, allora l'Unione dovrebbe ricorrere alle proprie misure di difesa del commercio e alle altre misure autonome pertinenti e utilizzarle contro le aziende cinesi. Tali misure dovrebbero essere equiparabili alle restrizioni che le imprese dell'Unione affrontano in Cina.
  • Norme dell'UE in materia di antitrust, concentrazioni e aiuti di Stato per le imprese cinesi che operano in Europa: al fine di evitare una concorrenza sleale, l'UE dovrebbe sviluppare uno "strumento per la neutralità concorrenziale" al fine di garantire la neutralità concorrenziale delle imprese statali cinesi che operano sul mercato dell'Unione. Lo stesso deve valere per tutte le imprese beneficiarie di aiuti di Stato, indipendentemente dalla loro assetto proprietario e dal paese in cui svolgono l'attività principale. È necessario promuovere ulteriormente le misure multilaterali per rafforzare le norme dell'OMC sui sussidi industriali, sulla base della cooperazione trilaterale tra l'UE, gli Stati Uniti e il Giappone.
  • Reciprocità negli appalti pubblici: alle aziende dell'Unione europea è spesso vietato partecipare agli appalti pubblici in Cina. La Commissione europea deve assicurare che le autorità aggiudicatrici e gli Stati membri applichino efficacemente le direttive dell'UE del 2014 ed eventualmente rivedere tale quadro di riferimento. I colegislatori dovrebbero inoltre ultimare il nuovo, equilibrato strumento per gli appalti internazionali al fine di rafforzare il pacchetto di strumenti dell'UE e promuove la reciprocità delle condizioni per gli scambi a livello globale. La Cina dovrebbe aderire quanto prima all'accordo dell'OMC sugli appalti pubblici e aprirsi agli appalti internazionali.
  • Trasferimenti forzati di tecnologia: i fornitori cinesi continuano a effettuare trasferimenti forzati di tecnologia e furti di proprietà intellettuale. Questa pratica illecita è anche una conseguenza del progetto "Made in China 2025", attraverso il quale Pechino persegue con vigore la parità tecnologica con gli USA e l'UE. Questi metodi mettono a rischio le future prospettive commerciali, oltre che la creazione di posti di lavoro e la crescita in Europa. Se, da un lato, riconosciamo con piacere che le norme che vietano direttamente alcune tipologie di trasferimento forzato di tecnologie sono ora parte integrante dell'accordo globale sugli investimenti, dall'altro occorre garantire che il contrasto di tutte le forme di trasferimenti forzati di tecnologia e furti di proprietà intellettuale resti una priorità nelle relazioni bilaterali. La Commissione europea dovrebbe istituire una task force per sensibilizzare gli Stati membri e le imprese dell'Unione, nonché insistere con le imprese e le autorità cinesi affinché eliminino i trasferimenti forzati di tecnologia e le violazioni delle norme sulla tutela della proprietà intellettuale.
  • Strategia industriale per l'UE: l'Unione europea deve migliorare le condizioni quadro che consentono alle imprese di investire e innovare. Occorrerebbe pertanto analizzare la strategia cinese sulle industrie chiave, e tenere conto degli insegnamenti tratti nella spesa per la ricerca, lo sviluppo e l'innovazione a livello dell'UE e degli Stati membri. La continuità degli investimenti a favore della ricerca, dello sviluppo e dell'innovazione dell'Unione può peraltro creare nuove interdipendenze, per equilibrare i poteri tra UE e Cina. Occorre poi rivolgere un'attenzione particolare alla resilienza delle catene di approvvigionamento dell'Unione alla luce dell'obiettivo della "autonomia strategica aperta", anche attraverso lo sviluppo di nuove opportunità nei vicinati meridionali e orientali. Il Gruppo PPE esige inoltre trasparenza negli accordi bilaterali tra i singoli Stati e la Cina: è infatti sconcertante constatare che vengono utilizzate norme pubbliche discutibili per mantenere segreti i contratti strategici con Pechino. Ciò è quanto accaduto con un recente prestito concesso dalla Cina al governo ungherese per una linea ferroviaria ad alta velocità tra Budapest e Belgrado. Il Gruppo PPE chiede inoltre che gli accordi bilaterali tra i singoli Stati e la Cina siano basati su una solida valutazione dei rischi, così da garantire che i relativi investimenti non mettano a repentaglio la sicurezza o l'ordine pubblico nell'UE attraverso l'esercizio, la gestione o il controllo, tra l'altro, di infrastrutture e tecnologie critiche e prodotti a duplice uso, la fornitura di fattori di produzione critici o di informazioni sensibili, ivi compresi i dati personali. In tal senso, il Gruppo PPE chiede che tali accordi siano trasparenti.
  • Nuova via della seta: l'agenda geopolitica cinese, camuffata con progetti infrastrutturali e di finanziamento nel quadro della Nuova via della seta, deve essere riconosciuta per ciò che è veramente; ogni progetto di questo tipo, inoltre, deve essere attentamente monitorato, anche per quanto riguarda i suoi effetti politici negativi. L'Unione europea dovrebbe promuovere con più convinzione la propria strategia in materia di connettività per costruire infrastrutture e fornire finanziamenti ai paesi terzi: ciò riveste un'importanza strategica e si tradurrebbe in opportunità commerciali per le nostre imprese. Cionondimeno, dobbiamo esigere che la Nuova via della seta rispetti le norme internazionali e, riconoscendo l'assenza di trasparenza nei processi di gara, che assicuri una concorrenza leale sui mercati terzi aderendo alle pratiche di governance economica multilaterale.
  • Piattaforma tecnologica 5G: lo sviluppo di una rete 5G in tutta l'Unione europea è uno dei pilastri della competitività futura dell'Europa. Le risorse mobilitate nel piano per la ripresa europea dovrebbero essere utilizzate per fornire a tutti gli Stati membri i fondi necessari per infrastrutture sicure e per sostenere l'industria, le capacità e l'innovazione europee. La partecipazione cinese in questo ambito dovrebbe essere attentamente valutata, e le imprese ritenute una minaccia per la sicurezza devono essere escluse dalle iniziative imprenditoriali relative al 5G nell'UE a 27.
  • I settori agroalimentare, della pesca e dell'acquacoltura quali attività strategiche nelle relazioni con la Cina: considerando la persistente dipendenza della Cina e della leadership cinese nel campo della sicurezza alimentare, l'UE dovrebbe mobilitare risorse per mettere a punto un quadro intelligente per proteggere gli interessi degli agricoltori, dei pescatori e dei produttori di acquacoltura europei e dei consumatori dell'UE, evitando la concorrenza sleale nel settore agricolo, della pesca e dell'acquacoltura. Il gruppo PPE prende atto dell'accordo tra l'Unione europea e il governo della Repubblica popolare cinese sulla protezione delle indicazioni geografiche. Esamineremo da vicino l'attuazione di questo accordo, monitorando le misure messe in atto dalla Cina al fine di garantire la tutela della proprietà intellettuale dell'UE.

Per quanto riguarda gli scambi commerciali, ribadiamo l'impegno a promuovere relazioni aperte con la Cina. Sfortunatamente, il persistere di misure non tariffarie ingiustificate, la presenza di barriere tecniche e l'assenza di reciprocità continuano a causare squilibri nelle nostre relazioni commerciali. I sussidi statali in Cina si traducono in eccessi di capacità e pratiche di dumping sui mercati europei e globali. Mentre un approccio puramente commerciale non garantisce il conseguimento degli obiettivi strategici, l'approccio europeo che mira a trovare soluzioni attraverso i negoziati – piuttosto che l'imposizione di dazi, come avviene negli Stati Uniti – non sempre si rivela efficace.

Un caso esemplare è quello del forum mondiale sull'eccesso di capacità produttiva di acciaio, istituito in seno all'OCSE nel 2016 a seguito di una crisi globale dell'acciaio causata da enormi eccessi di capacità cinesi. Tre anni di negoziati non hanno prodotto alcun risultato tangibile e, alla fine, la Cina ha deciso di lasciare il forum a ottobre 2019. Il problema relativo all'eccesso di capacità produttiva di acciaio permane, mettendo a rischio 2,6 milioni di posti di lavoro diretti e indiretti nell'Unione europea

Raccomandazioni politiche del Gruppo PPE

  • Realizzare la modernizzazione dell'OMC: da quando, nel 2001, è entrata nell'OMC, la Cina non ha mai rispettato i suoi impegni. L'Unione europea, insieme ad altri membri dell'OMC, dovrebbe continuare a lavorare attivamente per aggiornare le norme dell'OMC. La Cina deve onorare le sue responsabilità e i suoi impegni quale membro di questa organizzazione, e riconoscere il suo reale status economico, ammettendo anche di non rientrare più nella definizione di "paese in via di sviluppo".
  • Utilizzare appieno gli strumenti di difesa commerciale: fino a quando persisteranno pratiche commerciali sleali, continueremo a invocare un'applicazione continua e rigorosa degli strumenti di difesa commerciale dell'UE e della nuova metodologia anti-dumping – e prenderemo in considerazione il loro rafforzamento. Ciò consentirà di affrontare più efficacemente le distorsioni dei prezzi e dei costi non riconducibili alle forze del libero mercato.
  • Più "indagini di iniziativa propria" della Commissione europea: il Gruppo PPE è favorevole a un incremento delle capacità della Commissione di svolgere indagini d'ufficio sui casi concernenti le misure antidumping/anti sovvenzioni, senza attendere una denuncia formale da parte delle aziende europee interessate. La Commissione dovrebbe utilizzare pienamente queste maggiori competenze.
  • Valutare nuove forme flessibili di cooperazione nell'alleanza: incoraggiamo gli Stati membri a istituire un nuovo consesso per la cooperazione multilaterale, attingendo all'eredità del comitato di coordinamento per il controllo strategico delle esportazioni multilaterali. Questo nuovo consesso mirerebbe al monitoraggio e al controllo dell'esportazione di tecnologie, dei flussi commerciali e degli investimenti sensibili nei paesi interessati, nonché delle norme etiche in materia di ricerca, produzione e selezione dei dati.
  • Realizzare un controllo effettivo degli investimenti esteri diretti: esortiamo gli Stati membri ad attuare rapidamente e ad applicare efficacemente la nuova normativa volta a istituire meccanismi per il controllo degli investimenti esteri diretti in settori critici e a eliminare le scappatoie esistenti. Andrebbe poi valutata un'eventuale revisione anche per porre rimedio alle distorsioni del mercato causate dai sussidi esteri nel mercato interno. Diffidiamo inoltre dei tentativi di instaurare dipendenze economiche dannose attraverso investimenti strategici, e ci impegniamo a un’aperta autonomia strategica europea in tal senso in tal senso.
  • Un accordo globale UE-Cina in materia di investimenti: accogliamo con favore l'accordo politico di principio raggiunto su un accordo globale UE-Cina in materia di investimenti, che mira a garantire un quadro giuridico più sicuro per le opportunità di investimento e l'accesso al mercato nel lungo termine. Facendo proprie le nostre priorità, l'accordo globale sugli investimenti può concorrere a una maggiore reciprocità nell'accesso al mercato, contribuendo a instaurare condizioni di parità e promuovendo un trattamento non discriminatorio delle imprese e degli investitori. Riconosciamo tuttavia che esso non colmerà tutte le lacune esistenti in questi settori. Il Gruppo PPE, pertanto, valuterà scrupolosamente l'accordo, che include ambiziose disposizioni sul commercio e lo sviluppo sostenibile, ad esempio per quanto riguarda i diritti dei lavoratori, che la Cina ha accettato per la prima volta. Quando ci verrà chiesto di sostenere l'accordo sugli investimenti, inoltre, terremo conto anche della situazione dei diritti umani in Cina. Il monitoraggio dell'attuazione è essenziale, poiché il valore dell'accordo dipende da come la Cina concretizzerà tali impegni.
  • Affrontare l'eccesso di capacità: l'UE dovrebbe dare seguito al dialogo con altri portatori di interessi internazionali, nel quadro dell'OCSE, dell'OMC e del G20, nonché esercitare pressioni sulla Cina affinché ritorni al tavolo negoziale.
  • Accordo sugli investimenti con Taiwan: sosteniamo l'avvio dei negoziati relativi a un accordo bilaterale sugli investimenti con Taiwan. Chiediamo inoltre alla Commissione di ultimare i lavori preparatori, in particolare lo studio esplorativo e una valutazione d'impatto, così da poter avviare formalmente i negoziati nel quadro della politica della "Cina unica" perseguita dall'Unione europea. Riteniamo inoltre che Taiwan dovrebbe essere invitato a partecipare alle riunioni, ai meccanismi e alle attività dell'OMS, specialmente durante la pandemia: l'equilibrata gestione della crisi da parte di Taipei ha dimostrato il valore che la sua partecipazione potrebbe apportare all'organizzazione.
  • Adoperarsi per un'attuazione efficace: il Gruppo PPE provvederà affinché il Parlamento europeo monitori attivamente l'efficace attuazione di qualunque accordo futuro con la Cina, incoraggiando in tal senso il ruolo della diplomazia e del dialogo parlamentari.

Nel dibattito pubblico ed accademico europeo, Pechino sta cercando di influenzare il dibattito pubblico nella società europea per imporre la propria narrativa politica e mettere a tacere le voci critiche in Europa.

La libertà di opinione, espressione, religione e associazione sono i principi cardine delle nostre democrazie liberali; il pensiero critico in Europa è considerato un elemento essenziale della nostra democrazia partecipativa. Per il Partito comunista cinese, invece, questi principi fondativi del nostro modello europeo appartengono alle "sette correnti sovversive" e ai "mali occidentali" che, in Cina, devono essere soppressi.

Al contempo, la Cina utilizza in misura crescente queste libertà in Europa per definire la propria agenda. Mentre il dibattito trasparente sulla Cina nei nostri mezzi di comunicazione, nelle nostre università, nei nostri think tank e social media è da accogliere con favore e rappresenta un motivo di arricchimento, i mezzi occulti che servono a manipolare il dibattito pubblico devono invece essere contrastati.

Alcuni mezzi d'informazione europei sono stati oggetto di fusioni e acquisizioni da parte di aziende cinesi; di conseguenza, hanno introdotto orientamenti di lavoro filo-cinesi. I profitti derivanti dalla pubblicità e dalle inserzioni sui media cinesi delle istituzioni e delle aziende cinesi vengono utilizzati come leva per promuovere messaggi filo-cinesi e censurare le voci critiche. Le università e i giornalisti europei subiscono pressioni, da parte delle ambasciate cinesi in Europa, affinché si astengano dal rilasciare dichiarazioni percepite come critiche nei confronti della Cina. Le università e i think tank europei finanziati da istituzioni e imprese cinesi o in collaborazione con esse promuovono le opinioni del governo cinese. Anche la vasta rete degli oltre 500 Istituti Confucio presenti in tutto il mondo viene utilizzata a tale scopo. Inoltre, cercano di interferire con i piani di studio delle università occidentali per censurare le voci critiche e le ricerche sulla Cina. Ai ricercatori e i giornalisti europei vengono negati sia i visti che l'accesso alle fonti cinesi laddove il loro lavoro venga considerato critico delle politiche del Partito comunista.

Questi interventi spesso passano inosservati, ma attentano ai nostri valori e principi fondamentali. In contrapposizione all'usuale diplomazia pubblica basata sul potere di persuasione (soft power), è stato coniato il termine "potere acuto" (sharp power) per descrivere queste nuove tattiche della politica diplomatica manipolativa.

Raccomandazioni politiche del Gruppo PPE

  • Controllo sugli investimenti esteri nei media: negli ultimi 10 anni, la Cina ha investito quasi 3 miliardi di euro nelle società di comunicazione europee. Solo alcuni Stati membri dell'UE, però, dispongono di meccanismi di controllo per gli investimenti esteri nei media. Chiediamo pertanto alla Commissione di sviluppare un sistema normativo a livello dell'UE per impedire alle imprese dei mezzi di comunicazione finanziate o controllate dai governi di acquisire imprese di comunicazione europee. Ciò dovrebbe valere soprattutto per i paesi non democratici in cui le organizzazioni dei media europee non possono operare liberamente o subiscono pressioni affinché offrano una copertura sbilanciata in favore dei governi locali. È inoltre opportuno che tali misure si basino su una banca dati comune, così da facilitare una prevenzione e/o un'azione di contrasto armonizzata in tutta l'Unione europea. Diversamente, altri Stati con analoghe ideologie politiche autoritarie seguiranno l'esempio della Cina e l'Unione europea rischierà che altri paesi interferiscano nei suoi affari interni.
  • Sostenere la ricerca e il giornalismo cinesi indipendenti: un maggiore sostegno agli esperti critici e indipendenti sulla Cina renderebbe i think tank e le università meno dipendenti dalle imprese e istituzioni cinesi che, attualmente, finanziano le loro attività. La creazione di un programma finanziato dall'UE per la ricerca sulla Cina, disponibile per le università dell'Unione, e di un Fondo per le conoscenze europee sulla Cina è fortemente raccomandata. L'UE e gli Stati membri, inoltre, devono continuare a difendere la libertà di parola nelle università, così da garantire che nelle università europee essa non sia sovvertita dalla coercizione esercitata dalle autorità cinesi nei confronti di studenti e accademici europei o cinesi.
  • Promuovere, sostenere e finanziare il giornalismo indipendente e i media liberali: l'UE e i suoi Stati membri dovrebbero sostenere i giornalisti che indagano sulla censura, la propaganda, la persecuzione della stampa e le violazioni dei diritti umani da parte della Cina. La Journalism Trust Initiative, il consorzio internazionale dei giornalisti d'inchiesta (ICIJ) e il Forum sull'informazione e la democrazia sono ottimi esempi in tal senso. L'Unione europea può contribuire agli sforzi da essi profusi istituendo un Fondo europeo per i media democratici.
  • Contrastare le campagne di disinformazione e le narrative imposte cinesi: un marchio automobilistico europeo è stato costretto a scusarsi pubblicamente per aver pubblicato, su una piattaforma di social media, una pubblicità in cui veniva citato il Dalai Lama. La menzione delle persecuzioni di cui sono vittima le minoranze religiose ed etniche, come i tibetani e gli uiguri, e il conferimento di un premio letterario europeo a uno scrittore detenuto in Cina può provocare le minacce dei diplomatici cinesi contro istituzioni accademiche e persino governi. I tentativi cinesi di imporre le proprie narrative e di censurare le opinioni nell'Unione europea non possono essere tollerati. Tutte le istituzioni dell'UE devono essere rigorose nell'identificare e additare le campagne di disinformazione e le narrative cinesi come quelle relative alla crisi della COVID-19. Proponiamo pertanto una documentazione a livello dell'UE della disinformazione e delle violazioni dei diritti umani, così da sensibilizzare l'opinione pubblica e sostenere le vittime, siano esse singoli, imprese o governi. Queste misure potrebbero gettare le basi per iniziative educative, ad esempio strumenti o siti web specifici, così da dotare i cittadini dell'Unione delle competenze e/o conoscenze necessarie a evitare la disinformazione.

    Questi dati potrebbero essere compilati e pubblicati su base regolare dal SEAE.
  • Difendere i diritti umani e fondamentali: le violazioni dei diritti umani nella Cina continentale e ad Hong Kong non possono essere ignorate. Esse impongono anzi una risposta vigorosa da parte dell'Unione e dei suoi Stati membri. Il Gruppo PPE accoglie con favore il regime unionale globale di sanzioni in materia di diritti umani adottato (la legge Magnitsky dell'UE), grazie al quale sarà garantito che i responsabili delle violazioni dei diritti umani siano chiamati a rispondere del loro operato. Il Gruppo PPE dovrebbe assumere un ruolo guida nella diplomazia politica onde includere la corruzione nel suddetto regime unionale di sanzioni.
  • Rilasciare gli attivisti dei diritti umani: chiediamo il rilascio dei difensori dei diritti umani, dei dissidenti e degli altri cittadini arbitrariamente arrestati e detenuti, compreso il cittadino svedese Gui Minhai. Prendiamo atto, con grande preoccupazione, delle sistematiche violazioni dei diritti umani – compresi la reclusione in campi di prigionia, le sterilizzazioni e gli aborti forzati – che si verificano nello Xinjiang a danno degli uiguri e di altri minoranze per lo più musulmane, e chiediamo che si conduca un'indagine indipendente e urgente su tali accuse. Sottolineiamo la necessità del libero accesso al Tibet, anche per i diplomatici, i giornalisti, i turisti e i tibetani stessi.
  • Continuare a difendere Hong Kong: il Gruppo PPE deve continuare a sostenere l'autonomia, la libertà e lo Stato di diritto a Hong Kong. Dovrebbe inoltre continuare a incoraggiare con vigore gli Stati membri ad attuare il pacchetto di misure concordato dal Consiglio Affari esteri del 28 luglio 2020, nonché la risoluzione comune del Parlamento europeo del 15 giugno 2020.
  • Vietare l'importazione, nell'UE, di prodotti per cui si ricorre al lavoro forzato: le autorità cinesi avrebbero deportato un milione di uiguri in campi di prigionia, utilizzandoli per i lavori forzati nella provincia dello Xinjiang. La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato, pressoché all'unanimità, una legge che vieta le importazioni di prodotti ottenuti con il lavoro forzato. Anche l'Unione europea dovrebbe vietare le importazioni di prodotti di società che sfruttano il lavoro forzato, in ottemperanza alle regole dell'OMC. I prodotti fabbricati nei campi di rieducazione dovrebbero essere vietati anche sui mercati dell'Unione.
  • Sostenere la libertà di religione in Cina: la Cina continua a negare ai propri cittadini la libertà di religione. Le associazioni e le comunità religiose, specialmente cristiane, musulmane, buddiste e le altre che non rientrano nelle organizzazioni controllate dal regime, vengono prese di mira con molestie, arresti, demolizioni di simboli sacri e luoghi di culto, misure repressive e altre forme di spietata persecuzione. L'UE non solo dovrebbe dotare di mezzi adeguati l'inviato speciale dell'Unione per la promozione della libertà di religione o di credo al di fuori dell'Unione europea, ma dovrebbe anche sollevare costantemente il tema della libertà di religione nelle sue relazioni con la Repubblica popolare cinese.
  • La Cina è diventata uno dei principali contribuenti al bilancio dell'ONU e partecipa sempre più spesso con le proprie truppe alle operazioni di pace di tale organizzazione. Quale membro permanente del Consiglio di sicurezza dell'ONU e membro del Consiglio dei diritti umani, la Cina ha la specifica responsabilità di sostenere i tre pilastri su cui le Nazioni Unite si fondano: diritti umani, pace e sicurezza, nonché sviluppo.

La posizione dell'UE sulle tensioni tra USA e Cina

Lo stato delle relazioni USA-Cina ha implicazioni a livello mondiale, specialmente da quando la pandemia globale ha ulteriormente esacerbato le tensioni esistenti. La competizione tra le grandi potenze si sta trasformando innegabilmente in rivalità. In queste circostanze, l'UE è chiamata ad assumere una posizione che le consenta di difendere i suoi interessi e, al contempo, di mantenere rapporti di lavoro con entrambi i protagonisti.

Da un lato, l'UE e gli USA sono uniti dal legame transatlantico, istituzionalizzato nella NATO, che si basa sui principi di democrazia, libertà, diritti umani e Stato di diritto.  Il Gruppo PPE si impegna a rinnovare e rafforzare tale legame. L'Unione europea sostiene lealmente gli Stati Uniti, mantenendo l'embargo degli armamenti disposto nei confronti della Cina, e lo fa da oltre 30 anni. Dall'altro lato il mercato cinese, pur con tutte le riserve del caso, costituisce una potente calamita per le imprese europee di ogni dimensione.

È solo attraverso l'UE nel suo insieme che gli Stati membri hanno l'opportunità di restare autonomi dinanzi alla lotta per la supremazia in atto tra Stati Uniti e Cina. Per non essere schiacciata dai due giganti geopolitici, l'UE deve mantenere una politica estera sì basata sui principi, ma anche pragmatica. La difesa del multilateralismo e delle sue istituzioni, come anche il rispetto dell'ordine basato sulle regole, sono essenziali per difendere la posizione dell'UE. Ciò comporta l'introduzione di sanzioni che consentano di difendere gli interessi europei.

Queste sanzioni potrebbero generare, seppur temporaneamente, passi indietro o delusioni. Pechino, per esempio, potrebbe mettere in atto misure ritorsive a danno dei nostri interessi commerciali. Cionondimeno, nel lungo termine questo approccio rafforzerà il sistema internazionale basato su regole trasparenti. Per conseguire quest'obiettivo, l'Unione europea deve assumere un ruolo guida e ridefinire la sua alleanza con gli Stati Uniti. Ciò dovrebbe avvenire anche con altri Stati democratici e ideologicamente simili, che sanno quanto possa essere selettiva la Cina nel conformarsi alle regole internazionali.

Il Gruppo PPE accoglie con favore l'instaurazione del dialogo UE-USA sulla Cina e chiede un dibattito vivace su temi quali i trasferimenti forzati di tecnologia o il rafforzamento delle istituzioni multilaterali, su cui un approccio comune non è solo auspicabile ma anche necessario. Il Gruppo PPE sollecita inoltre l'UE, gli USA e gli altri paesi democratici a perseguire un'ambiziosa agenda di sostegno alla democrazia in tutto il mondo, a contrastare l'autoritarismo strisciante, a sostenere il desiderio di libertà dei popoli e a rafforzare la resilienza democratica.

A seconda dei risultati dei suddetti sforzi, si potrebbe assistere a uno sviluppo delle relazioni UE-Cina sulla base di tre diversi scenari:

a) Scenario positivo – Impegno e cooperazione

In uno scenario positivo, entrambe le parti continuano a collaborare. Ciò consente all'UE di collaborare sia con gli USA che con la Cina, concludere accordi, incrementare gli scambi e innalzare il livello degli investimenti. Tutti e tre i partner lavorano di concerto nel contrasto alle sfide globali quali i cambiamenti climatici, il terrorismo e l'attuale pandemia. Il dialogo regolare è accompagnato da un alto livello di fiducia.

b) Scenario neutrale – Coesistenza e improvvisazione

L'Unione europea accetta i punti di forza dei suoi partner e si adopera per migliorare i propri. La consapevolezza, da parte dell'UE, della crescente concorrenza e gli sforzi da essa profusi per combattere le pratiche commerciali sleali non danneggiano del tutto le relazioni, poiché tutti le parti in causa riconoscono di avere più da guadagnare che da perdere.

c) Scenario negativo – Rivalità e conflitto

Il terzo scenario materializza le conseguenze più gravi. In un ambiente ostile in cui la fiducia è incrinata, il commercio è intralciato e le varie misure ritorsive abbondano, l'UE deve riuscire a destreggiarsi e a fare strategia.

I cittadini europei non accetterebbero uno scontro militare. La possibilità di poter resistere a un'eventuale partecipazione esiste solo in presenza di un'Unione europea forte e unita. La sua forza è definita da una politica estera effettiva e assertiva, nello spirito dell'articolo 24, paragrafo 3, del TUE. L'UE deve essere disposta a sfruttare orgogliosamente i suoi punti di forza (in quanto attore economico forte, donatore di aiuti di rilievo, partner politico fidato, esportatore di un particolare tipo di modello di integrazione). L'unità implica una posizione unificata nei confronti della Cina e degli Stati Uniti, in cui gli interessi miopi e a breve termine non prevalgano sugli interessi generali. Nei confronti della Cina, di base l'Europa deve trarre vantaggio dal suo potere, ben più vasto, di contrattazione collettiva.

L'UE deve prepararsi a una possibile interruzione delle relazioni tra USA e Cina. Nel far ciò, dovrebbe diventare autosufficiente in settori chiave dell'economia cambiando la natura delle catene di approvvigionamento (riportandole più vicino a casa) e incrementando in maniera significativa gli investimenti nel settore della ricerca e dello sviluppo. L'UE potrebbe non essere in grado di arrestare le azioni cinesi, ma dovrebbe almeno assicurare che per esse la Cina debba pagare un prezzo. Nell'ottica di riequilibrare le relazioni con la Cina, occorrerebbe prendere in considerazione un'imposizione risoluta della reciprocità, meccanismi di controllo degli investimenti, nonché limiti all'acquisizione di imprese e infrastrutture strategiche europee sensibili, anche nei settori dell'agricoltura, dell'immobiliare e della tecnologia. Inoltre, le misure restrittive (ossia il regime di sanzioni globale) dovrebbero sempre essere un'opzione disponibile. Una difesa risoluta della libertà e della democrazia rafforza la capacità dell'UE di arginare meglio gli sforzi sistematici della Cina volti a influenzare i politici e la società civile europei con l'obiettivo di plasmare l'opinione pubblica alla luce degli interessi strategici cinesi. Inoltre, l'UE dovrebbe mettere a nudo le tattiche e le azioni predatorie cinesi in paesi terzi vulnerabili, i quali vengono attirati dalla promessa, ad esempio, della Nuova via della seta, per poi finire nella trappola del debito (debiti in cambio di attività).

Un rinnovato dialogo UE-USA sulla Cina – incentrato sugli aspetti politici, di sicurezza, strategici ed economici – potrebbe fungere da piattaforma affinché l'Unione europea e gli Stati Uniti possano comprendere meglio e moderare reciprocamente i rispettivi approcci nei confronti di Pechino ed evitare inutili aggravamenti delle tensioni nella relazione USA-Cina. I leader europei dovrebbero prendere atto del fatto che la politica degli Stati Uniti nei confronti della Cina è una delle poche nella politica statunitense in cui è possibile ottenere un consenso bipartisan.

I legami transatlantici, indipendente da quanto stretti possano diventare i nostri rapporti con la Cina, sono e saranno sempre più forti e più importanti per l'Unione europea. La fede nella libertà e nella democrazia ci unisce agli Stati Uniti, alleato cruciale nei nostri rapporti con la Cina.

Conclusioni

La politica dell'UE nei confronti della Cina dovrebbe essere basata sui seguenti principi: la cooperazione ove possibile, la competizione ove necessario, lo scontro ove inevitabile. Questo approccio consente all'UE di reagire con flessibilità all'evoluzione delle relazioni bilaterali.

L'impegno, tuttavia, richiede un interesse da entrambe le parti e il rispetto delle norme esistenti. Ci attendiamo quindi che la Cina onori gli impegni assunti. L'applicazione selettiva dell'ordine internazionale basato sulle regole è inaccettabile. Ci attendiamo da Pechino non discriminazione e apertura, nonché la disponibilità ad accettare responsabilità e rendicontabilità, che derivano dal suo maggior ruolo sullo scacchiere globale.

Il Gruppo PPE sostiene un impegno con la Cina che sia pratico, pragmatico e basato su principi. L'UE non dovrebbe scendere a compromessi sui propri valori e principi. Il Gruppo PPE invita le istituzioni dell'UE e i suoi Stati membri ad avvalersi di tutti i mezzi necessari per convincere la leadership cinese a trasformare questo stimolante paese in un membro responsabile della comunità internazionale.

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